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sabato 13 luglio 2013

Veneti e scozzesi in marcia per l’indipendenza a Edimburgo


di ENZO TRENTIN
Per la seconda volta Sabato 21 settembre 2013 a Edimburgo, in Scozia, i Veneti marceranno insieme agli Scottish al fine di ribadire, a livello internazionale, la voglia d’indipendenza per il loro plurimillenario paese. Giovanni Dalla Valle, noto indipendentista veneto, naturalizzato inglese, membro dello Scottish National Party e quindi trait d’union, ha già affittato un ampio appartamento sul Royal Mile, la via principale della Old Town di Edimburgo, soprannominandolo fittiziamente: ambasciata temporanea del Veneto.
Dalla Valle nei giorni scorsi è stato in varie città del Veneto per mettere a punto i dettagli organizzativi della presenza di numerose delegazioni di partiti e movimenti indipendentisti o autonomisti, nonché di varie associazioni culturali. Tutti invitati a partecipare alla manifestazione scozzese sotto l’unico simbolo del gonfalone di San Marco.
Sono già apparsi in Internet i primi nomi di leader di partito o presunti tali che parteciperanno, ed in Facebook si sono immediatamente potute leggere dichiarazioni ed arricciamenti di naso del tipo: «Avevo pensato di partecipare, ma avendo notato la presenza del tal dei tali [etc. etc.] non verrò.». Giovanni Dalla Valle molto correttamente ed abilmente ha contro argomentato a favore della partecipazione di chiunque [hanno dato la loro adesione anche 2 o 3 siciliani], con l’unico intento di ottenere la visibilità e l’appoggio internazionale alla causa veneta. Cosa che anche noi condividiamo. Semmai, da parte nostra vorremmo aggiungere qualche argomentazione in più.
Non ci sono dubbi che il mondo autonomista e indipendentista veneto comprenda alcuni personaggi buoni per tutte le stagioni. La politica nel paese di Arlecchino è quella che è. Potremmo affermare che si tratta della cosiddetta “destra”, e qui vorremmo specificare.

I termini “destra” e “sinistra” sono qui usati non col significato che la falsata realtà politica dell’Italia di oggi attribuisce loro, ma nella loro accezione originale e genuina determinatasi a partire dalla fine del Settecento (pare che la diade destra-sinistra sia entrata in uso all’Assemblea rivoluzionaria francese dove i repubblicani più radicali sedevano a sinistra e quelli più moderati a destra). Secondo quell’originaria distinzione, infatti, a destra sta l’assolutismo regio, l’impero, il dispotismo, la tirannia, l’autocrazia, il centralismo statale, la volontà che scende dall’alto, i governati controllati dai governanti, il governo forte con i deboli debole con i forti, la sfiducia verso l’autogoverno popolare e quindi il convincimento che solo il potere saldamente nelle mani dl pochi (o di uno solo) possa garantire la serena esistenza del popolo. In sintesi: a destra sta la società organizzata verticalmente.
A sinistra invece sta la repubblica, la democrazia, l’autogoverno locale, la volontà che sale dal basso, i governanti controllati dai governati (quindi i cittadini, comunque abbiano votato, tutti all’opposizione rispetto al governo), il governo forte coi forti e debole coi deboli, il governo dei molti (o di tutti: quod omnes tangit ab omnibus adprobari debet, ossia ciò che riguarda tutti da tutti deve essere approvato) e quindi l’ottimismo verso la capacità del popolo di autogovernarsi. In sintesi: a sinistra sta la società organizzata orizzontalmente. Per cui, schematizzando, si può dire che quanto più una situazione è democratica, repubblicana, quanto più il potere è decentrato e diffuso e la volontà sale dal basso, quanti più sono quelli che governano, tanto più quella è una situazione di sinistra; viceversa per la destra. Poiché non esiste altra distinzione logica tra destra e sinistra che questa, se ci si riflette si capisce che nell’Italia odierna c’è una sinistra ufficiale, ma una sinistra reale non c’è (forse non c’è mai stata) e molti che si considerano di sinistra in realtà sono di destra e viceversa.
Non ci sono dubbi che i Veneti che marceranno a Edimburgo il 21 settembre si troveranno fianco a fianco con alcuni pseudo leaders indipendentisti di “destra”. Tuttavia la storia sta andando a “sinistra” e i segnali si vedono in tutta Europa (e non solo), dove la voglia di partecipazione popolare, di democrazia diretta, si va facendo sempre più consistente, come abbiamo documentato in numerosi articoli apparsi in passato su questo quotidiano. Voglia di partecipare direttamente al governo delle proprie comunità come ha dimostrato il successo elettorale del M5*. Parliamo di successo elettorale e non commentiamo affatto i risultati dell’attività parlamentare. Desiderio di partecipazione popolare che noi intravvediamo anche nei recenti moti di piazza in Brasile, o in Egitto dove hanno provocato il colpo di Stato militare. Ed anche qui non commentiamo. Va rilevato, comunque, che nei paesi mussulmani molto si può riscontrare, meno che una cultura e l’amore per la democrazia. Eppure anche lì non si ha più fiducia nella “destra” così come sopra descritta.
Tutt’altra è la nostra storia, e bene l’ha descritta Mauro Aurigi in un pregevole saggio (che suggeriamo di leggere) edito nel 2006 per i tipi de Il Torchio di Siena, dal titolo: “Il Palio – o delle libertà”: «[…] Questa lunga nota potrà apparire fuori tema, ma sento la necessità di redigerla per tre ordini di motivi. Il primo è che la fiducia (e il rispetto tra estranei che ne discende) fu una delle conquiste fondamentali dell’ “uomo comunale” – anzi la conquista più importante dopo quella della libertas – tanto che ancor oggi essa sta alla base, insieme alla libertas, del pensiero politico occidentale o, se si vuole, alla base della distinzione tra la società occidentale e il resto del mondo. Il secondo motivo è che ciò, come vedremo più avanti, ha molto a che fare con l’essenza stessa della contrada di ieri e di oggi e quindi anche col Palio. Il terzo motivo è che, al riguardo, è perfettamente inutile andare a frugare nella nostra memoria scolastica perché non ve ne troveremmo traccia: i libri di scuola della conquista della fiducia in epoca comunale non parlano.
Prima dell’apparire, nell’alta e media Italia, della civiltà comunale i rapporti fiduciari potevano instaurarsi esclusivamente tra componenti dello stesso gruppo familiare o dello stesso clan feudale. La fiducia infatti non poteva esprimersi verso l’esterno di quelle due realtà, perché l’estraneo era generalmente sentito come un potenziale nemico, uno con cui non si potevano che avere rapporti conflittuali, perché obiettivamente conflittuali erano i reciproci interessi. Ma anche all’interno della famiglia o del clan la fiducia era assai diversa da quella instauratasi tra i cittadini del libero comune. Essa infatti aveva un carattere particolare: era asimmetrica essendo basata sulla sottomissione che ciascuno doveva al suo superiore diretto e sul dominio che a sua volta esercitava sull’inferiore. Soprattutto all’interno del clan feudale quella fiducia poggiava sul giuramento di fedeltà a cui i sottoposti, lungo tutta la scala gerarchica di quel sistema, erano obbligati verso i rispettivi superiori, e all’impegno di protezione cui ogni superiore era tenuto verso gli inferiori (società organizzata verticalmente). Anche nel libero comune si giurava, ma era un giuramento tra pari, un giuramento di reciproco sostegno e rispetto, di cooperazione e solidarietà (società organizzata orizzontalmente) ripetuto anche decine di volte, tante quante erano le corporazioni, le gilde, le confraternite, le contrade, le compagnie mercantili e quelle militari a cui ogni civis comunale era associato. Si trattava in sintesi dell’instaurazione di rapporti basati sulla fiducia tra estranei.
Tanto fu importante quella “scoperta” che ancora oggi questo è un aspetto fondamentale delle differenze tra occidente e resto del mondo e perfino percettibile chiaramente anche all’interno del nostro Paese: infatti il Meridione, che non ebbe mai esperienze comunali se non allo stato embrionale, vede il perpetuarsi di un sistema sociale ancora largamente basato, assai più che al Nord, sulla famiglia e sul clan. Da qui il negativo svilupparsi da allora del familismo e del clientelismo nell’economia, nella politica e nella cultura che hanno pesantemente ipotecato ogni ipotesi di sviluppo di quel territorio, soprattutto là dove quest’ultimo è dominato dalle famiglie e dai clan per eccellenza, quelli mafiosi, diretti eredi del feudalesimo medievale (credo che in letteratura nessuno meglio di Tomasi Lampedusa ne il Gattopardo abbia descritto quel passaggio di consegne tra la nobiltà feudale e la moderna mafia rurale e borghese: tutto deve cambiare affinché nulla cambi).
Ma, tornando alle città-stato medievali italiane, deve essere bene sottolineato come l’insorgere della fiducia abbia consentito, e per la prima volta nella storia dell’uomo, al detentore di capitale monetario di consegnarlo – sulla fiducia appunto – al banchiere per ricavarne un frutto, ed abbia consentito a quest’ultimo di prestarlo, sempre sulla fiducia e sempre contro interessi, al mercante. Era nato il credito (dal latino creditum, participio passato di credere=avere fiducia), era nata la banca, invenzione tra le più tipiche del genio italico. L’impulso che quell’invenzione dette agli scambi e ai traffici fu dirompente. Tanto per esemplificare: il mercante, dopo aver investito le sue risorse nell’acquisto della merce, non doveva più aspettare di averla venduta per cominciare, una volta tornato in possesso del capitale, un nuovo ciclo di compra vendita: l’intervento del credito bancario poteva arrivare a quintuplicare ed oltre la sua capacità di fare affari. Fu questo meccanismo che consentì ai banchieri e mercanti delle città comunali italiane non solo di controllare traffici e scambi mercantili e finanziari di tutta Europa, ma di arricchire se stessi e la propria comunità come in nessun’altra parte della penisola e dell’intero Occidente (col corollario, che dalla ricchezza discendeva uno sviluppo senza paragoni della cultura, delle arti e delle scienze)».
Insomma, la civiltà comunale e l’autogoverno erano una chiara manifestazione di “sinistra”, cui fecero seguito le signorie cosiddette rinascimentali (la “destra”) che non segnano il culmine di quell’eccezionale periodo, ma l’inizio della sua fine. Anzi, trattandosi di autentiche tirannie che hanno prima posto termine alla libertà comunale e poi favorito l’avvento della dominazione spagnola, della Controriforma e dell’Inquisizione (e quindi del drastico rafforzamento della struttura verticale della società italiana riscontrabile ancora ai nostri giorni), esse sono responsabili non solo della fine del Rinascimento, ma anche del successivo declino economico, culturale e artistico dell’intero Paese rispetto all’Europa del centro nord. In questo quadro sconfortante solo la Repubblica di Venezia, sino alla sua caduta nel 1797, rappresenta la continuità dell’autogoverno così come l’abbiamo più sopra sommariamente tratteggiato.
Se i Veneti che marceranno a Edimburgo terranno a mente questa lezione che giunge dal loro passato, non solo rappresenteranno un’avanguardia culturale e politica che affonda saldamente le sue radici nella storia dell’Occidente, ma se ne infischieranno altamente degli pseudo leaders di “destra” che occasionalmente troveranno al loro fianco. Non sono loro il futuro! E se questi uomini “buoni per tutte le stagioni” cercheranno di accreditarsi presso gli Scottish, basterà dire a quest’ultimi chi sono realmente. Gli scozzesi hanno conosciuto le asprezze della corona inglese; capiranno!

Fonte: http://www.lindipendenza.com/veneti-scozzesi-marcia-indipendenza/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=veneti-scozzesi-marcia-indipendenza

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