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mercoledì 24 luglio 2013

Auto, declino e debiti: Torino come Detroit, ma guai a dirlo

Fiat
Detroit chiama Torino. La capitale americana dell’auto dichiara bancarotta, travolta non tanto dal disavanzo di bilancio, ma dal mostruoso indebitamento consolidato: 20 miliardi verso 100 mila creditori. L’annuncio del fallimento è stato dato dal commissario straordinario Kevyn Orr, nominato pochi mesi fa dallo Stato del Michigan con il compito di salvare in extremis la città da una situazione finanziaria catastrofica. Ma dopo alcuni tentativi di ristrutturazione finanziaria, da un lato persuadendo i creditori a pazientare, dall’altro intavolando con i sindacati una trattativa sul taglio degli stipendi e delle pensioni del pubblico impiego, giovedì scorso ha gettato la spugna.
E il governatore Rick Snyder, repubblicano, ha accettato la richiesta di Orr di ammettere Detroit all’articolo 9 della legge fallimentare americana. Secondo Snyder, questa sarebbe l’unica soluzione a un problema che si trascina da 60 anni.
La città avrebbe un debito sotto forma di bond municipali, valutato tra i 17 e i 20 miliardi di dollari, molto probabilmente intorno ai 18 miliardi. E il solo deficit di bilancio ha raggiunto la cifra spaventosa di 380 milioni (290 milioni di euro). Il tutto, per una città di poco più di 700 mila abitanti. A questo punto, il commissario avrà la possibilità di dismettere gli asset della città per soddisfare i creditori. Ma tutta l’America sta a guardare, perché per quanto la notizia non sia giunta inattesa, nessuno conosce esattamente cosa accadrà d’ora in avanti. Anche perché molte altre grandi città degliUsa si trovano in condizioni di simile disastro. Non è un caso che il presidente Barack Obama abbia dichiarato di seguire la situazione da vicino. In verità, il default arriva inatteso per il momento in cui è avvenuto. Detroit sembrava riprendersi, grazie ai buoni risultati di Ford, Gm e Chrysler, che qui vi hanno sede, così come lo stesso mercato immobiliare stava dando segnali di risalita. E, tuttavia, parliamo di una città che negli anni Cinquanta contava oltre 2 milioni di abitanti, mentre oggi ne ha circa 714 mila. E dal 2000, la popolazione è scesa del 26%.

Bulgaria, parlamento assediato dai manifestanti

 Bulgaria: parlamento assediato dai manifestanti

Parlamento assediato dai manifestanti, evacuate dalla polizia 80 persone, oltre 30 rimangono dentro.

-Angelo Iervolino- 24 Luglio 2013– SOFIA – 

Più di 110 persone, tre ministri, deputati e giornalisti, sono rimasti bloccati per quasi tutta la notte nella sede del parlamento bulgaro a Sofia, assediato da ieri pomeriggio da una folla di manifestanti che protestano contro la corruzione e chiedono le dimissioni del governo di sinistra del premierPlamen Orecharski e nuove elezioni. Alle 3,30 ora locale (le 2,30 in Italia) la polizia è riuscita a forzare una barricata dei dimostranti e raggiungere l'edificio con diverse camionette, evacuando circa 80 persone, tra i quali i ministri Dragomir Stoynev e Ademov e i deputati del Partito socialista (Psb) e del partito della minoranza turca (Mdl). In precedenza un tentativo della polizia di forzare l'assedio era fallito, con scontri nei quali 9 persone erano rimaste ferite (due erano poliziotti). Sono rimaste ancora intrappolate circa 30 persone. LaBulgaria, è il paese più povero dell'Unione europea, dall'inizio dell'anno vive una grave crisi politica, provocata dalla crisi economica globale. A febbraio il governo del premier di destraBoiko Borisov è caduto a seguito delle continue manifestazioni di piazza contro le misure di austerità. Dalle elezioni anticipate del 12 maggio è uscito un governo di tecnocrati sostenuto dalla sinistra, ma le manifestazioni sono continuate. Secondo informazioni non confermate, le forze di polizia sono state mobilitate nella capitale da altre città, tra cui Blagoevgrad eKyustendil. I manifestanti stanno costruendo barricate intorno al parlamento con tavole, piastrelle, bidoni della spazzatura, panchine e altri oggetti trovati in strada. Tra l’Università di Sofia "St. Clemente di Ocrida" e il parlamento erano accatastati tronchi, rami, pezzi di metallo. Le barricate sono destinate a impedire del tutto l’accesso al Parlamento.



“Gli ambasciatori di Francia e Germania in Bulgaria hanno chiesto la fine delle relazioni tra gli oligarchi e la classe politica del Paese. Motivo della presa di posizione degli ambasciatori sono diventate le manifestazioni di proteste antigovernative che vanno avanti da ventiquattro giorni consecutivi paralizzando il Paese. A Sofia migliaia di manifestanti quasi quotidianamente gridano slogan come "mafia" all'indirizzo del governo. In un comunicato congiunto, gli ambasciatori di Francia e Germania hanno affermato che il modello oligarchico non ha nulla a che fare con la civiltà e il modello di sviluppo dell'Unione Europea. Parigi e Berlino sono i principali donatori dei fondi dell'UE, di cui la Bulgaria in qualità di Paese più povero del blocco, ne trae beneficio.”

Per ulteriori approfondimenti leggere qui:

giovedì 18 luglio 2013

La Grecia approva: a casa 25.000 dipendenti pubblici

di REDAZIONE
Il parlamento greco ha approvato nella notte il controverso disegno legge che prevede, nell’ambito della riforma dell’amministrazione pubblica, un piano tra licenziamenti e cassa integrazione che coinvolge circa 25.000 dipendenti statali entro la fine del 2013.
Il provvedimento, approvato nel quadro degli interventi richiesti dalla troika per lo sblocco di una nuova tranche di prestiti, e’ stato approvato con 153 voti su un totale di 300 deputati. La votazione e’ avvenuta mentre migliaia di cittadini manifestavano fuori dal parlamento.
Dal canto suo, il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schaeuble, proprio oggi in visita ad Atene, ha lodato i ”grossi passi avanti” compiuti dall’esecutivo ellenico dicendosi ”colpito” dal miglioramento dei conti. In occasione del suo arrivo nella capitale, la polizia ha blindato in via precauzionale la centralissima piazza Syntagma, teatro principale di proteste spesso degenerate in violenze.

Fonte: L'Indipendenza

Carburanti: oggi un litro di “verde” costa più del doppio di un litro di latte

Secondo la Cia, questa ondata di rialzi alla pompa rischia di stravolgere definitivamente il carrello della spesa delle famiglie, prima di tutto quello alimentare, visto che i costi di trasporto e logistica incidono fino al 40% sul prezzo finale dei prodotti agroalimentari. Ogni mese più soldi per benzina ed energia che per pasta, pane e pesce.
Non si arresta l’ondata di rincari estivi dei carburanti e, con la punta di 1,887 euro toccata oggi, un litro di benzina alla pompa arriva a “doppiare” il prezzo di un litro di latte a lunga conservazione (0,89 euro)comprato in un qualsiasi supermercato del Paese. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori.
Questo nuovo susseguirsi di rialzi -avverte la Cia- rischia di stravolgere in maniera definitiva il carrello della spesa delle famiglie, considerata la stretta correlazione tra costo del trasporto e listini del cibo al dettaglio: in Italia, infatti, quasi 9 prodotti agroalimentari su dieci viaggiano su strada per arrivare dal campo alla tavola e la logistica incide fino al 40 per cento sul prezzo finale al supermercato.
Ma gli effetti di questi aumenti della benzina sul portafoglio non sono più sostenibili per gli italiani, che già hanno dovuto tagliare di netto la spesa alimentare nei primi mesi dell’anno, con un calo record del 3,4 per cento per colpa della crisi -ricorda la Cia-. Già adesso in media ogni famiglia destina quasi il 6 cento della spesa mensile a carburanti ed energia, mentre ad alimenti “base” come pane e pasta va solo il 3,2 per cento, e al pesce addirittura solo l’1,7 per cento.
Fonte: controlacrisi.org

Goldman Sachs raddoppia gli utili mentre l’economia soffre

Può sembrare un controsenso in questo periodo di crisi economica mondiale,  eppure le banche non sembrano fermarsi. Goldman  Sachs, una delle più importanti banche di investimento al mondo,  polverizza le attese raddoppiando gli utili. La maggior parte degli utili  conseguiti da uno dei più grandi player sul mercato provengono da attività di trading su materie prime, dal comparto fixed  income e dal mercato valutario. Il fatturato generato  è pari a 2,46 miliardi di dollari mentre i profitti  netti balzano a 1,93 miliardi di dollari contro i “soli” 962 milioni di  dollari dello stesso periodo dell’anno precedente.
Sui numeri rilasciati, arrivano subito le parole del numero uno di Gs, Lloyd  Blankfein che ha definito i conti della banca molto solidi, complici  di una situazione economica di ripresa che ha guidato i clienti verso una minore  avversione al rischio.
I dubbi su questa dichiarazione non sono pochi. Per prima cosa sembra  allargarsi il divario tra economia e finanza: mentre banche di  investimento come Goldman Sachs continuano a  generare profitti, l’economia reale deve essere aiutata dalla banche centrali  che operano in simbiosi con il sistema finanziario. Bce, Fed e Boj hanno aiutato  il sistema con liquidità facile, il che ha permesso alle banche più “scaltre” di  generare profitti tramite il giusto collocamento delle risorse nei mercati  finanziari in crisi, ottimi per sfruttare occasioni a breve termine.
Il miglior esempio di ciò che viene detto è il fatto che molte banche, almeno  in Europa, hanno usato la liquidità dell’LTRO per appianare gli spread e  comprare titoli a reddito fisso con prezzi a dir poco scontati. L’occasione è  stata ben sfruttata e vedendo i numeri di Goldman Sachs, sembra proprio che  anche la banca americana non si sia lasciata sfuggire l’occasione: non a caso  uno dei comparti che ha generato più utile nell’ultimo trimestre è proprio  quello del fixed income (reddito fisso). Per non parlare dei profitti da  trading, profitti relativamente facili per un grande player come GS, complice la  liquidità della banche centrali che aiuta la disposizione di risorse per le  banche di investimento.
Osservando quindi i numeri di Goldman Sachs, vediamo che gli utili  stratosferici della banca non provengono da settori legati  all’economia quali i prestiti, bensì da attività che una sola  istituzione finanziaria può compiere, così come l’operatività in materie prime,  dal comparto del reddito fisso e dal trading sul mercato valutario, mercato non  regolamentato e più facilmente agibile per un player importante come GS che può  operare direttamente nel mercato interbancario.Mentre l’economia mondiale soffre la crisi, la finanza continua a bruciare i  target.
David Pascucci
Fonte: http://it.ibtimes.com/articles/52926/20130716/trimestrale-goldman-sachs.htm#ixzz2ZHAgTGwc

lunedì 15 luglio 2013

Micro-impresa, anche il Brasile dà lezioni all’Italia


di LORENZO GUGGIARI
Molto spesso il nostro sventurato paese viene paragonato ad altre nazioni comela Svizzera, la Germania o l’Australia che hanno sistemi politici e soprattutto fiscali molto più efficienti e meno invasivi dei nostri. Purtroppo ormai siamo un paese in via di sottosviluppo e il raffronto con un paese come il Brasile è impietoso. Il gigante sud americano non sta certo vivendo un momento particolarmente felice, l’economia è ferma, l’inflazione è in continuo aumento e quasi ogni giorno la popolazione scende in strada per protestare contro il governo. Nonostante ciò il quadro normativo è – sotto certi punti di vista – molto più evoluto di quanto si possa immaginare.
Recentemente, la Fondazione GetulioVargas ha divulgato l’Indice dell’Economia Sommersa dal quale risulta che nel 2012 l’economia informale ha generato R$ 730 miliardi, questo valore rappresenta il 16,6% del PIL brasiliano. Rispetto al 2011 il calo è stato dello 0,3% e da quando l’indice è stato creato la diminuzione è stata costante, all’inizio della serie storica nel 2003 la percentuale sul PIL era del 21%.
I buoni risultati rispecchiano due misure adottate nel corso degli ultimi anni da parte del governo per agevolare le micro e piccole imprese:la SuperSemplicee la creazione della figura giuridica del Microimprenditore Individuale (MEI). Di entrambe si è festeggiato l’anniversario il 1° luglio, in pochi anni questi due provvedimenti si sono rivelati vincenti diminuendo l’economia sommersa, semplificando la burocrazia e abbassando il carico fiscale; inoltre le entrate tributarie sono aumentate per l’unione, gli stati ed i comuni.

sabato 13 luglio 2013

Lo Stato ha “rapinato” 120 miliardi e fatto fallire oltre 15mila imprese

di CLAUDIO PREVOSTI
“E’ verosimile ritenere che i debiti della Pubblica amministrazione italiana nei confronti delle imprese ammontino a circa 120 miliardi di euro”. Lo afferma il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che stima l’importo in base all’indagine presentata a marzo scorso dalla Banca d’Italia secondo cui il debito della P.a. sarebbe pari a 91 miliardi. Ma “si tratta di una foto scattata il 31-12-2011, piu’ di un anno e mezzo fa – sottolinea Bortolussi – in cui non sono comprese le aziende con meno di 20 addetti che costituiscono il 98% del totale. In questa ricerca inoltre non sono state coinvolte le imprese dei settori sanita’ e servizi sociali dove si annidano i ritardi di pagamento piu’ eclatanti. Alla luce di questi elementi, riteniamo l’ammontare dei debiti scaduti stimato dalla Banca d’Italia sottodimensionato di circa 30 miliardi di euro”.
Secondo la Cgia dall’inizio della crisi alla fine del 2012 sono fallite per mancati pagamenti oltre 15.000 imprese. La stima e’ tratta da osservazioni realizzate da Intrum Justitia. Secondo quest’istituto il 25% delle imprese fallite in Europa chiude per ritardi nei pagamenti. “Tenendo presente che l’Italia e’ maglia nera in Europa per la mancata regolarita’ dei pagamenti tra la Pubblica amministrazione e le imprese nonche’ nelle transazioni commerciali tra le imprese”, la Cgia stima che tra il 2008 ed il 2010 questa incidenza abbia raggiunto la soglia del 30%, e del 31% nel biennio 2011-2012. Pertanto, a fronte di oltre 52.500 fallimenti registratisi in Italia nel quinquennio preso in esame, per la Cgia 15.100 chiusure aziendali sono addebitabili ai ritardi nei pagamenti.
In questo quadro disastroso, si parla da mesi del pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione, si è dovuto fare un decreto legge per sbloccare i pagamenti, cosa da ridere se non ci fosse da piangere, cioè siamo arrivati al punto che bisogna varare una legge per pagare i debiti, ma nulla ancora si è mosso. Se va bene si comincerà a ottobre a vedere qualche euro, ma non è nemmeno sicuro.

Fonte: http://www.lindipendenza.com/lo-stato-ha-rapinato-120-miliardi-e-ha-fatto-fallire-oltre-15mila-imprese/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lo-stato-ha-rapinato-120-miliardi-e-ha-fatto-fallire-oltre-15mila-imprese

Veneti e scozzesi in marcia per l’indipendenza a Edimburgo


di ENZO TRENTIN
Per la seconda volta Sabato 21 settembre 2013 a Edimburgo, in Scozia, i Veneti marceranno insieme agli Scottish al fine di ribadire, a livello internazionale, la voglia d’indipendenza per il loro plurimillenario paese. Giovanni Dalla Valle, noto indipendentista veneto, naturalizzato inglese, membro dello Scottish National Party e quindi trait d’union, ha già affittato un ampio appartamento sul Royal Mile, la via principale della Old Town di Edimburgo, soprannominandolo fittiziamente: ambasciata temporanea del Veneto.
Dalla Valle nei giorni scorsi è stato in varie città del Veneto per mettere a punto i dettagli organizzativi della presenza di numerose delegazioni di partiti e movimenti indipendentisti o autonomisti, nonché di varie associazioni culturali. Tutti invitati a partecipare alla manifestazione scozzese sotto l’unico simbolo del gonfalone di San Marco.
Sono già apparsi in Internet i primi nomi di leader di partito o presunti tali che parteciperanno, ed in Facebook si sono immediatamente potute leggere dichiarazioni ed arricciamenti di naso del tipo: «Avevo pensato di partecipare, ma avendo notato la presenza del tal dei tali [etc. etc.] non verrò.». Giovanni Dalla Valle molto correttamente ed abilmente ha contro argomentato a favore della partecipazione di chiunque [hanno dato la loro adesione anche 2 o 3 siciliani], con l’unico intento di ottenere la visibilità e l’appoggio internazionale alla causa veneta. Cosa che anche noi condividiamo. Semmai, da parte nostra vorremmo aggiungere qualche argomentazione in più.
Non ci sono dubbi che il mondo autonomista e indipendentista veneto comprenda alcuni personaggi buoni per tutte le stagioni. La politica nel paese di Arlecchino è quella che è. Potremmo affermare che si tratta della cosiddetta “destra”, e qui vorremmo specificare.

Banche: il “prelievo forzoso” diventa legge europea

bankster
Dall’eccezione alla regola. Avevano detto che lemodalità di salvataggio di Cipro non si sarebbero ripetute, ed invece è stata creata un’apposita normativa che nella pratica consente agli Stati dell’Eurozona di ripercorrere esattamente la stessa strada.

Lo aveva preannunciato il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, per poi smentire di getto a causa del panico diffusosi in tutta Europa. Ma era buona la prima: Cipro è diventato un modello.
In settimana è stato firmato l’accordo. Da adesso in poi prima che uno Stato intervenga a salvare una banca, il prezzo sarà pagato dai correntisti e dagli investitori ed ,in molti casi, sarà molto, molto alto.


Sono in molti a pensare che le parole “fallimento ordinato” nascondano in realtà la volontà di codificare a livello comunitario il ben più famoso prelievo forzoso che anche l’Italia ha sperimentato nell’ormai celeberrimo caso del 1992.

mercoledì 10 luglio 2013

Armi, continua lo "shopping" dell'Italia: in arrivo anche 12 navi per tre miliardi di euro!


Anziché rinunciare all'acquisto dei contestatissimi Jet F35, il governo italiano continua a fare shopping di armamenti pesanti: in arrivo 12 navi da guerra dal costo di 250 milioni di euro l'una, per un totale di 3 miliardi di euro.

Editoriale a cura di Alessandro Raffa per nocensura.com 

Ricordiamo la "lista della spesa" bellica italiana degli ultimi anni: 

  • Hanno acquistato qualche decina di cannoni semoventi da 155mm di produzione tedesca: cingolati modello "Pz 2000" di cui ne avevamo già 70 mai utilizzati.Costo: oltre 500.000.000 di euro
  •  16 elicotteri da supporto logistico "CH-47F Chinook", con un'opzione per ulteriori 4 esemplari: un'operazione dal costo di oltre 1 miliardo di euro.
  • Altri due (ne avevamo già una coppia) sommergibili di fabbricazione tedesca, "U 212 Todaro"; una spesa di 2 miliardi di euro.
  • Due "Gulfstream", i tecnologicissimi jet da guerra aerea  (gli F35 sono bombardieri) soprannominati "la Ferrari dei cieli", dal costo di 750 milioni di euro l'uno.
Per maggiori dettagli circa ogni singola operazione, leggi questo articolo. La nota sulle nuove navi da guerra invece la trovate alla fine dell'articolo.

Non c'è da escludere che la lista delle armi acquistate sia in realtà più lunga: così come a questo punto non possiamo escludere che nei prossimi mesi acquistino ulteriori armi, visto il trend di questi anni, anche se con l'arrivo dei battleship il governo ha rinforzato tutti i reparti dell'esercito: terrestre, aereo e marino. 

Dal dopoguerra ad oggi il governo italiano non aveva mai speso così tanto: alla faccia della "crisi", degli esodati, delle aziende che falliscono e di coloro che si sono suicidati. 

Come mai tutte queste armi?

martedì 9 luglio 2013

Qualcuno lo sa che l’italia finirà di esistere tra un anno e cinque mesi?

Quasi che fosse stata una notizia da giornale di provincia, tutta la grande stampa nazionale e va da sé anche la grande informazione televisiva, hanno bellamente trascurato il fatto che la Commissione europea abbia ricordato all’italia che “a partire dal 2015 il trattato denominato Fiscal Compact entrerà in vigore e quindi da quell’anno e per i successivi  20 (venti!) anni l’italia dovrà tagliare la spesa pubblica di 45 miliardi di euro ogni 12 mesi, in modo da riportare alla soglia del 60% il rapporto debito-pil”. Boom!
Ora, al momento attuale il governo dei sonnanbuli guidato da Capitan Valium Enrico Letta non riesce a mettere a fuoco neppure il taglio di 4 miliardi di euro della spesa pubblica per cancellare l’IMU e altri 4 miliardi per bloccare l’aumento dell’IVA.
Qualcuno che abbia un minimo di lucidità è in grado di spiegare come potrà – il prossimo governo – tagliare di 10 volte tanto la spesa statale OGNI ANNO PER 20 ANNI?!
Vediamo come si potrebbe fare, ammesso e non concesso che un prossimo governo davvero intenderà provarci.
italia morta
Rudurre di 900 miliardi di euro la spesa pubblica italiana di oggi (questo significa tagliare di 45 miliardi l’anno per 20 anni la spesa pubblica) significherebbe: dimezzare tutte le pensioni (ridurle del 50%) + licenziare almeno 2.000.000 di impiegati pubblici (un terzo nella scuola, un terzo nella sanità, un terzo tra polizia, carabinieri e Fiamme Gialle + i due terzi degli impiegati comunali e regionali) + cancellare ogni forma di assistenza sociale + ridurre di non meno del 40% tutti gli stipendi del settore pubblico.
Così, in 20 anni si ridurrebbe della metà di quei 900 miliardi di euro suddetti la spesa dello Stato.
E l’altra metà? L’altra metà va “drenata” dai risparmi dei cittadini in tasse sui patrimoni e più in generale su ogni avere, incluso il conto alla Posta da 1000 (mille) euro.
Non serve un fine economista per capire che tutto ciò porterebbe l’italia a superare di botto la Grecia quanto a devastazione. E la devastazione è sorella della violenza e la violenza di massa si chiama guerra.
Il tutto inizierà tra esattamente tra un anno e cinque mesi a partire da ora.
Max Parisi

ARGENTINA DI NUOVO SUL'ORLO DEL PRECIPIZIO, DODICI ANNI DOPO IL DEFAULT FINANZIARIO

ilfattoquotidiano.it

Buenos Aires è vicina al fallimento a causa delle politiche valutarie sbagliate del governo. E può rappresentare una lezione per l'euro: lo sganciamento da un cambio insostenibile deve essere gestito con intelligenza, evitando di ricadere negli errori del passato

La crisi finanziaria argentina del 2001 ha colpito l’immaginazione e, purtroppo, anche i portafogli degli italiani. Le dimensioni della crisi e i legami culturali fra i due Paesi hanno assicurato a questo episodio un’ampia copertura sui nostri mezzi di informazione. Così, oggi, nel dibattito italiano si moltiplicano i riferimenti all’esperienza argentina.

Un’insistenza spiegata anche da un’ovvia analogia: l’aggancio del peso al dollaro, sperimentato dall’Argentina negli anni 90, ricorda molto quello della lira al marco, realizzato entrando nell’euro. Analogia utilizzata per dimostrare tutto e il contrario di tutto. Da una parte abbiamo quelli che, come l’attuale presidente del Consiglio, ripetono che l’euro ci ha difeso da una crisi “di tipo argentino”. Dall’altra quelli che, come Nouriel Roubini, fin dal 2006 avevano chiarito che l’entrata nell’euro esponeva l’Italia agli stessi rischi corsi dall’Argentina agganciandosi al dollaro: perdita di competitività, accumulo di debito estero, rischio di default.
Quelli che: “Ci ha salvato l’euro”
Quest’ultimo punto di vista è confortato dai dati. Dopo lo sganciamento dal dollaro, superato un anno di crisi, l’Argentina è ripartita crescendo a una media di oltre l’8 per cento dal 2003 al 2007 e riducendo di oltre 10 punti il tasso di disoccupazione. D’altra parte, la notizia che oggi l’Argentina sarebbe sull’orlo di una nuova crisi finanziaria è accolta con cinica soddisfazione da quelli che “l’euro ci ha salvato”, i quali concludono, in modo sbrigativo, che sganciarsi da una moneta troppo forte non risolve i problemi, e quindi l’Italia deve restare nell’euro. Il fatto che l’Argentina oggi sia in crisi non dimostra che dodici anni or sono dovesse restare legata al dollaro. Ma c’è di più: i dati mostrano che i problemi odierni dell’Argentina sono ancora una volta causati dall’adozione di un tasso di cambio eccessivamente forte.
Lo sostengono Roberto Frenkel e Martin Rapetti dell’Università di Buenos Aires, notando come la politica economica del paese abbia seguito due fasi ben distinte. Dopo la crisi il costo del dollaro in termini di pesos era aumentato del 200 per cento (da uno a tre pesos per dollaro). Questo aumento non si era riflesso sui prezzi interni se non in minima parte (l’inflazione annua arrivò al 25% nel 2002 per poi tornare a una cifra nel 2004). Una dinamica gestita dal governo argentino con una politica valutaria accomodante, che compensava l’aumento relativamente moderato dei prezzi interni con un deprezzamento del peso, mantenendo costante il rapporto fra i prezzi argentini e quelli dei principali concorrenti (cioè il tasso di cambio reale). Il governo quindi promuoveva la crescita favorendo la domanda estera con l’adozione un tasso di cambio reale stabile e competitivo. Nel 2007 la situazione è cambiata drasticamente. Dopo cinque anni di crescita all’8%, cominciavano a emergere fisiologiche tensioni sui prezzi interni, ma alle prime avvisaglie di crisi internazionale, il governo ha risposto premendo sull’acceleratore della spesa pubblica, cercando di mantenere il tasso di crescita ai livelli precedenti.
Un tentativo che rispondeva a una logica di tipo populistico. Il risultato è stato un’esplosione dell’inflazione, salita al 20%-25%: dato occultato dalle statistiche ufficiali, che il governo ha tenuto sotto controllo rimuovendo, con una decisione molto criticata, i vertici dell’istituto di statistica. Per contenere l’inflazione il governo ha fatto leva sul tasso di cambio, che ha cessato di essere accomodante. Così, nel biennio 2010-2011 si stima che i prezzi siano cresciuti del 54%, mentre il cambio ha ceduto solo del 12%. La competitività dei prodotti argentini è andata a picco, e il saldo delle partite correnti è tornato negativo per la prima volta dal 2001, e per lo stesso motivo: un tasso di cambio troppo forte rispetto ai fondamentali del paese. Ciò suggerisce che il cambio del peso prima o poi dovrà cedere.
La corsa verso il dollaro
Come sempre accade in questi casi, il governo si arrampica sugli specchi per rinviare una misura potenzialmente costosa in termini elettorali. Gli operatori però sono consapevoli della sua necessità e quindi le tensioni sul mercato dei cambi aumentano. Il governo cerca di contrastare con misure restrittive la corsa degli argentini verso il dollaro, visto come bene rifugio, con l’unico risultato di favorire lo sviluppo del mercato nero, dove il dollaro costa circa il 70% in più rispetto alla quotazione ufficiale. Le riserve ufficiali continuano a prosciugarsi, e ad oggi coprono meno di sette mesi di importazioni. L’inevitabile crisi valutaria che si profila all’orizzonte sarà stata causata da due errori di gestione macroeconomica: l’uso improprio della spesa pubblica, e l’uso del tasso di cambio forte come ancora dei prezzi interni. Errori simili a quelli che circa vent’anni or sono causarono nel nostro paese la crisi del 1992. L’esperienza argentina ci dimostra così ancora una volta come il “cambio forte” schiacci, invece di proteggerlo, il Paese che lo adotta. La lezione da trarre è che lo sganciamento da un cambio insostenibile deve essere gestito con intelligenza, evitando di ricadere negli errori del passato.

Alberto Bagnai
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/08/argentina-a-rischio-default-unaltra-volta/646006/

Inps al collasso senza più soldi. Eppure il presidente Mastrapasqua guadagna 1.2 milioni €

inps
Liste di mobilità bloccate. Pagamenti della cassa integrazione in deroga del 2012 sospesi. Soldi finiti. L’Inps sta precipitando nel baratro. Una azienda con un patrimonio di 41 miliardi che nel giro di un paio d’anni ne ha persi così tanti da farlo scendere a soli 15.
La situazione dell’Inps è molto difficile.
Eppure Mastrapasqua, presidente Inps, guadagna ovvero 216.711,67 euro. Ma in questo conteggio non c’è il compenso che Mastrapasqua riceve in qualità di vicepresidente di Equitalia e quelli per gli altri 22 incarichi che possiede. Il suo reddito complessivo annuale sarebbe stato stimato in un milione e duecentomila euro.

venerdì 5 luglio 2013

Anche il Made in Italy è fuggito all’estero

Sono marchi storici del Bel Paese, prodotti alimentari che hanno caratterizzato la dieta mediterranea e che per anni hanno imbandito le nostre tavole. ​Dall’Orzo Bimbo a Gancia, da Parmalat a Star, dai salumi Fiorucci al Chianti, gran parte del Made in Italy alimentare ha ormai abbandonato l’Italia. “Una fuga che ha spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione”, secondo la Coldiretti.
made_in_italy
Un sondaggio condotto dalla Coldiretti rivela che 8 italiani su 10 preferiscono comprare prodotti alimentari Made in Italy, anche a costo di spendere qualcosa di più. Ma quali sono veramente i prodotti italiani? È una bella domanda, dato che tra delocalizzazioni e acquisizioni i grandi brand tricolore stanno abbandonando poco a poco la loro patria. Sono passati, infatti, in mani straniere marchi storici dell’agroalimentare italiano per un fatturato di almeno10 miliardi di euro dall’inizio della crisi.

La Finlandia vuole lasciare l'Euro! (la notizia rimbalza sui giornali del nord Europa, ma in Italia neppure una riga!)

Helsinki - Il progetto dell'area euro dovrebbe ritornare alla sua versione originale, al Trattato di Maastricht. Altrimenti la Finlandia e gli altri Stati membri "teutonici" e finanziariamente più solidi tenderanno a tornare alle valute nazionali.  Una sempre maggiore politicizzazione convincerà i paesi "forti" ad abbandonare la moneta unica. Ne è convinto il chief economist di Deutsche Bank, Thomas Mayer.

Il rischio è che molti paesi vogliano una moneta più forte e se non verranno accontentati se ne andranno", ha dichiarato il consulente senior della banca al quotidiano svedese Dagens Industri. Il paese che ha raggiunto il limite di sopportazione è la Finlandia. "Non partecipa più del tutto ai piani di aiuto e chiede sempre una garanzia collaterale per tutti i soldi che concede in prestito". 

Grecia: entro 3 giorni 4mila licenziamenti e salari a 350 euro

Grecia: entro 3 giorni 4mila licenziamenti e salari a 350 euro

Solitamente gli economisti parlavano di una uscita della Grecia prevista entro pochi mesi, durante il periodo peggiore della crisi, il 2012, per intenderci. Adesso (Xetra: A0Z23Q - notizie) , invece, i tempi sono particolarmente stretti, al limite del cappio al collo: 3 giorni per l’esattezza. E non si tratta di un film di spionaggio, ma della cruda realtà cui Atene dovrà sottostare per non perdere gli aiuti. Ma come mai si è arrivati a una situazione del genere? Evidentemente le privatizzazioni saltate (persa quella di Depa rifiutata da Gazprom perchè insicura, in forse quella di Opap, le cui condizioni contrattuali vorrebbero essere riviste dall’acquirente) hanno portato i rappresentanti della Troika a dover cancellare tutte le previsioni che proprio su queste vendite principali, che insieme avrebbero dovuto portare il 50% della copertura sugli aiuti internazionali, avevano basato i loro calcoli. Tutto da rifare dunque e dal momento che gli investitori stranieri non si fidano dell'economia greca, e la stessa Unione, insieme al Fmi potrebbe staccare la spina del moribondo paese che da oltre 5 anni sta combattendo contro una recessione senza precedenti allora si dovrà trovare il capitale da qualche altra parte. 
Quale? Industrie non ce ne sono più, il turismo è già collassato, il popolo allo stremo. Quindi una situazione da soluzione finale: tagliare 4mila posti di lavoro nel settore pubblico entro 3 giorni e altri 25mila 500 per fine 2013, diminuire gli stipendi minimi a 350 euro e chiudere gli ospedali visto che lo stato non è più in grado di fornire nemmeno le medicine (cosa che, per inciso, succede anche da noi, dove i malati sono costretti a portare le medicine da casa e nei pronto soccorso non vengono somministrate ma prescritte a chi è in grado di procurarsele...). In cambio, sempre che la Troika consideri positivi progressi fatti (se questi sono giudicabili come progressi...) allora arriveranno gli 8,1 miliardi.

mercoledì 3 luglio 2013

Cipro: continua caos, prelievo arriva a 40%

La manifestazione di protestadi Furio Morroni
Un colpo di mannaia sui loro risparmi che potrebbe arrivare fino al 40%: è quello che si aspettano ormai i correntisti con depositi oltre 100 mila euro nelle due maggiori banche cipriote - la Bank of Cyprus e la Laiki Bank - al centro del piano di ristrutturazione del sistema bancario di Cipro concordato dal governo di Nicosia con l'Eurogruppo per evitare la bancarotta. E la sola Chiesa ortodossa ha calcolato di avere già perso oltre 100 milioni di euro di capitale. A dare la scioccante notizia è stato il ministro delle Finanze Michalis Sarris, parlando alla Bbc. Il ministro ha precisato anche che i controlli sui conti e i depositi per evitare una fuga di capitali "si protrarranno per alcune settimane".

« Le Banche faranno tornare il Fascismo in Europa! »

Mentre la Grecia è sotto la tutela della Troika, mentre lo Stato reprime le manifestazioni per calmare i mercati e mentre l’Europa cerca di far galleggiare nuovamente le istituzioni finanziarie, il compositore Mikis Theodorakis chiama i greci a combattere e avverte i popoli d’Europa che, se le cose continueranno così, le banche faranno tornare il fascismo in Europa. 
Intervistato ad un programma politico molto popolare in Grecia, Mikis Theodorakis, figura emblematica della resistenza contro la dittatura dei colonnelli, avverte che se la Grecia si sottometterà alle esigenze dei cosiddetti “soci europei”, questi “la faranno finita con noi come popolo e come nazione”. Theodorakis ha accusato il governo di esser una “formica” di fronte ai suoi “compagnucci” mentre il popolo li vede come “brutali e offensivi”. Se questa politica continua “non potremo sopravvivere … l’unica soluzione è ribellarsi e combattere”, aggiunge il famoso musicista.
Membro della resistenza contro l’occupazione nazista e fascista, combattente repubblicano durante la guerra civile, torturato sotto il regime dei colonnelli, Mikis Theodorakis ha scritto una lettera aperta ai popoli d’Europa, pubblicata su numerosi giornali greci. Qui sotto alcuni stralci della lettera.

sabato 29 giugno 2013

MA NON VEDETE QUELLO CHE STA ARRIVANDO ?

 
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DI TYLER DURDEN
zerohedge.com

Troppi segnali per i "prepper" che non sono prep...

Sembra che la stragrande maggioranza degli americani sia accecata e non veda quello che sta arrivando. 

Non capisce come funziona il nostro sistema finanziario, non capisce quanto sia vulnerabile, e la maggior parte ha una fiducia cieca, come se i nostri leader sapessero esattamente cosa stanno facendo e se fossero in grado di risolvere i nostri problemi. Come risultato, la maggior parte degli americani non sono assolutamente preparati per affrontare la terribile tempesta che ci sta per colpire.

La maggior parte delle famiglie americane sta vivendo alla giornata, spendendo tutto il proprio stipendio, la maggior parte non sta facendo scorte di emergenza e solo una piccola percentuale sta comprando oro e argento come investimento.

giovedì 27 giugno 2013

LA CRISI D’EUROPA IN 80 SLIDES

DI MAURIZIO BLONDET 
effedieffe.com 

Tra i «think-tank» fasulli e «fondazioni culturali» senza idee, che non hanno dato segno di attività intellettuale ancorché ampiamente irrorate di denaro pubblico (tipo «ItalianiEuropei» di D’Alema, o la fantomatica «FareFuturo» dello scomparso Gianfranco Fini), abbiamo il piacere di presentare il solo vero think-tank italiano: «Scenari Economici». Conosco personalmente il ristretto gruppo di lavoro che la compone, ne ammiro la competenza, l’onestà intellettuale e il realismo: sono, del resto, tutti dirigenti innovativi che operano nell’economia reale, facendo onore al nome italiano all’estero.

«Scenari Economici» intende fare ciò che fanno i «serbatoi di cervelli» nei paesi dominatori: elaborare pensiero originale, e fondato su dati concreti, da offrire al ceto politico e agli uomini di governo, senza distinzione di schieramento, per cambiare la situazione corrente. La situazione corrente italiana è evidente a tutti: una crisi gravissima, epocale, in cui «la politica» non sa dare risposta alcuna. La «politica» italiana è essenzialmente decerebrata, ideologicamente dipendente dal «pensiero unico» elaborato a Washington e Bruxelles, troppo occupata da interessi minimi immediati, ed esclusivamente intesa alla propria sopravvivenza. «Scenari Economici» prova ad alzare il livello della proposta politica. 
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